Giuliano Amato: «Difendere i nostri valori europei, ecco una missione esaltante»

Bruxelles, 28 novembre 2017. Quando, nella primavera del 2002, entrai per la prima volta nella sala stampa del Parlamento europeo a Bruxelles, mi trovai in un’atmosfera travolgente. Colleghi di tutte le nazionalità e dalle mille lingue – anche se il francese prevaleva – correvano a destra e sinistra per fare interviste, realizzare stand-up, scrivere pezzi, lanciare agenzie.

Il presidente dell’Assemblea, il giornalista irlandese Pat Cox, liberale (innamorato dell’Italia e dell’allora presidente della Repubblica  Carlo Azeglio Ciampi, su cui spesso, negli anni a venire, si fermerà a parlare con me) era del mestiere e non lesinava la sua presenza.

Ma tutti gli occhi e le telecamere – e le penne – erano rivolte a loro, a Valéry Giscard D’Estaing (già presidente della Repubblica francese), all’ex primo ministro belga Jean-Luc Dehaene e all’ex primo ministro italiano Giuliano Amato, rispettivamente presidente e vicepresidenti della Convenzione sul futuro dell’Europa, istituita dal Consiglio europeo di Laeken del dicembre 2001 per dibattere su di un progetto che avrebbe dovuto portare a una Costituzione per i cittadini europei.

I cronisti scalpitavano affollando la sala che è oggi intitolata alla giornalista russa Anna Politkovskaja. Volevano sapere se la stesura della Progetto procedeva, ne chiedevano spiegazioni nei particolari, domandavano quali fossero i tempi di realizzazione. Jean-Luc Dehaene cercava di tenerli a bada con la sua simpatia. Giuliano Amato con il suo piglio di prof: «Essere impazienti significa essere impotenti». E i colleghi si acquietavano di fronte a quel tono cortese, ma che non ammetteva repliche.

Autorevolezza.

Il Progetto di Costituzione europea era stato approvato nel giugno 2004 dalla Conferenza intergovernativa. Poi c’era stata la firma a Roma del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, il 29 ottobre, altra grande emozione europea, in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi. In una splendida giornata di sole – benedetta dai giornalisti stranieri (ma anche da noi italiani) accolti in una sala stampa creata per loro ai Fori imperiali – che non faceva certo presagire l’esito negativo dei referendum sul Trattato in Francia e nei Paesi Bassi.

Ma «la Costituzione europea non è fallita». Lo ha detto proprio Giuliano Amato, oggi giudice della Corte costituzionale, intervenendo al PE di Bruxelles – ospite dell’eurodeputata Mercedes Bresso – nell’ambito della conferenza “Verso una fase costituzionale? Scenari alternativi per una riforma del Trattato UE”, durante la quale è stato presentato anche il “Manifesto di Roma” di Villa Vigoni, centro italotedesco per l’eccellenza europea.

«Ogni tanto ci si rivede…», ha esordito Giuliano Amato incrociandomi proprio all’ingresso della sala e riconoscendomi.

«Presidente, è dai tempi della Convenzione…», gli preciso io.

«Sono solo 13 anni fa», ricorda velocemente.

«Ma io la seguo anche alla Consulta…».

«Ben fatto», risponde prendendo posto.                                 

«La Costituzione, femmina, ha fatto confluire la sua femminilità nel Trattato di Lisbona, maschio. Dunque non è fallita». Il tono è quello autorevole di allora. La stessa ampiezza di visione, la medesima arguzia. Si rivolge ai giovani, tra i 25 e i 35 anni, che hanno stilato il Manifesto, con la fermezza con cui si rivolgeva ai giornalisti. Di certo non per raffreddare il loro fervido spirito europeista, ma per indirizzarlo, dargli forma.

«Non si può pensare di lavorare oggi sull’intera struttura dell’Unione, come hanno fatto i padri fondatori e come abbiamo cercato di fare noi nella Convenzione. Questa è l’epoca dei piccoli passi, degli interventi settore per settore, bisogna puntare ai singoli miglioramenti. Per ripristinare la fiducia dei cittadini e la solidarietà reciproca degli Stati membri. Poi, ultimo gradino, la federalizzazione».

E viene fuori anche il giudice costituzionale quando precisa che vede difficilmente praticabile la strada della totale prevalenza del diritto dell’Unione su quello nazionale: «solo nelle materie di competenza e nei limiti dei principi fondamentali delle Carte».

Ma l’Europa è una nostra costruzione, la stiamo creando noi cittadini passo passo. Sui nostri valori, speciali, unici. Il presidente Amato non ha dubbi: É «alla difesa dei nostri valori» che dobbiamo dedicarci prima di tutto: «questa è una missione esaltante».

 

Quel fenomeno di sindaco di nome Giada

 

 

 

Sabaudia, 19 agosto 2017. E’ il primo sindaco (lei preferisce il maschile in omaggio al ruolo) donna della mia giovane città di origine, Sabaudia. La prima sindaca (è un mio omaggio alla sua femminilità) delle cinque città di fondazione, strappate alla palude dalla bonifica di inizio secolo scorso. Ha deciso che tutti i consigli comunali si aprano con l’Inno di Mameli, “perché il nostro è un servizio allo Stato”. E’ lei, Giada Gervasi, il primo cittadino uscito dalle urne del 25 giugno con l’impressionante risultato del 77,75 per cento dei voti, sostenuta da tre liste civiche. 42 anni, moglie, mamma, avvocato. Potete trovarla nella casa comunale o nel suo studio come dietro il banco panini della festa della patrona (“a dare una mano”); a presiedere i primi consigli e giunte come a salutare i bambini della colonia estiva. Sempre presente tra i suoi concittadini. Energia da vendere. Idee anche. E sorridente. “Giada per tutti”.

Sindaco, che origini ha il tuo impegno politico?

E’ stato quasi un gioco… Una chiacchierata tra amici prima delle scorse elezioni comunali (nel 2013). Osservando i candidati a sindaco, notavamo come non ci fosse una proposta alternativa, sembrava che i professionisti della nostra generazione avessero oramai tirato i remi in barca. E’ facile lamentarsi senza metterci la faccia. Ci siamo detti: perché non lo facciamo noi? Così è cominciata la nostra avventura politica. Siamo arrivati terzi, con nostra grande sorpresa. Dopo la mia esperienza di oltre tre anni come consigliere comunale di opposizione abbiamo creato una coalizione, e con i nostri attivisti – sono circa 200 – abbiamo lanciato questa sfida”.

E l’idea di basarsi sull’associazionismo?

E’ perché il movimento è fatto prevalentemente di cittadini, persone che si sono già dedicate alla città nelle associazioni, nel volontariato, nei comitati, in gruppi di lavoro, e hanno voluto fare questo salto visto che l’assenza di dialogo con la precedente amministrazione era un limite alla loro azione.

Tutto in poco tempo…

Beh, sono stati quattro anni di intenso lavoro. E poi, era il momento giusto. C’era una volontà di cambiamento nella popolazione. Credo abbia pesato più il fatto che ci siano state amministrazioni simili in continuità per oltre venti anni che il periodo di tempo limitato in cui noi siamo nati e cresciuti. 

Neanche due mesi dalla vittoria elettorale, poco più di un mese dall’insediamento, con il primo consiglio comunale, il 13 luglio: un primissimo bilancio?

Molto positivo! Anche se questo è un periodo complesso, per Sabaudia, con elementi contingentibili come l’affluenza dei turisti, le manifestazioni estive, le problematiche della sicurezza del mare, della spiaggia, l’antincendio, i rifiuti. La nostra azione si sta muovendo su due piani. Da una parte una continuità con la programmazione per la stagione, effettuata dal commissario prefettizio. Dall’altra cominciare a gettare le basi per quella che sarà una struttura di rinnovamento più complessa per poi attuare il nostro programma elettorale.

Prospettive a breve termine?

La prima è la revisione della pianta organica, un elemento di necessità. La macchina amministrativa deve essere efficace ed efficiente, altrimenti qualsiasi programma diventa un libro dei sogni. La rivisitazione si è rivelata necessaria a seguito dei numerosi pensionamenti degli ultimi anni, anche di figure apicali che non sono state sostituite e che hanno prodotto uffici, settori interi gestiti da un solo funzionario. C’è l’esigenza, in base al personale presente, di riorganizzare le risorse umane: dopo una loro corretta allocazione si potrà valutare l’inserimento di nuove figure. Lo stesso personale, cambiando attività o funzione, potrà trovare nuove motivazioni. Senza questi mezzi, il fine non può essere aggiunto.

E a più lungo termine?

Abbiamo attivato tutte le procedure per la sistemazione degli impianti pubblici, sportivi, scolastici e non solo. Abbiamo predisposto la programmazione 2018: manifestazioni ed eventi, con il prolungamento della stagione turistica, anticipandone l’avvio già al 25 marzo, giorno della festa patronale, fino al 30 ottobre. Un maggior coordinamento delle iniziative, in modo da evitare la sovrapposizione e migliorarne la fruibilità per cittadini e turisti.

Certo, il turismo, rilevante per una città come Sabaudia, tanto premiata da madre natura.

Siamo ancora in una fase molto arretrata di sviluppo turistico, sinora legato al singolo evento e non a un’effettiva analisi economica del territorio, della domanda e dell’offerta. Il nostro obiettivo è creare una città del benessere, dove il turista possa trovare tutto: meta di vacanze ma anche di ritorni, di continuità di rapporti. E questo può essere fatto con un turismo 3.0 che consenta la fruibilità, l’accessibilità: qui è difficile trovare l’alloggio, è difficile individuare i collegamenti, arrivarvi. E poi inserirla nei circuiti, cosa sinora mai fatta poiché i servizi sono scarsi. La nostra è una città in cui si potrebbero praticare numerosi sport (dall’equitazione ai nautici agli sport all’aria aperta), ma la scarsità di impianti è una grande limitazione. Per non parlare della possibilità di mangiare bene. I prodotti della nostra terra sono quelli del triangolo d’oro: sono eccellenze esportate anche all’estero. Eppure non siamo ancora riusciti a farne un marchio.

Sabaudia e l’Europa.

Sabaudia è e deve essere considerata una città d’Europa. E’ una città moderna, razionalista, in cui si possono ben coniugare le caratteristiche locali ai canoni di centro europeo. Tra l’altro, è entrata nel novero di cinque città dell’UE al centro di un progetto di studi gestito dall’Università di Padova. Per questo deve essere in grado di coniugare ambiente, risorse e opportunità. Un neo della città – pur con tutti i requisiti oggettivi – è la mobilità sostenibile, per l’assenza di un’estesa rete di piste ciclabili, che consenta la fruibilità interna in bicicletta ma anche e soprattutto il collegamento con i centri limitrofi. E’ un must da porre in essere. Ma Europa vuol dire anche apertura, confronto culturale, sviluppo, studio, e su tutto questo ci vogliamo proiettare. Già nel precedente programma, in modo innovativo, l’elemento che ci ha distinto è stato quello di parlare non solo di Sportello Europa – oltretutto mai attuato sinora – ma anche di Smart City. Noi vediamo Sabaudia come una città dove le nuove tecnologie e l’ambiente possano coniugarsi in tutto. Nella mobilità come nel funzionamento della macchina amministrativa. E nell’offerta turistica.

Hai parlato di Sportello Europa: in cosa consisterà?

Avrà una duplice finalità: da un lato, reperimento dei fondi, tramite i finanziamenti diretti e indiretti, per lo sviluppo delle attività dell’Ente. Dall’altro l’informazione, con il sostegno all’imprenditoria e al privato che vogliano accedere alle opportunità fornite dall’appartenenza all’Unione europea. Sarà un presidio di prossimità, che faccia da punto di riferimento per la comunità e per quelle limitrofe. Uno sportello con una dotazione organica, parte del Settore finanziario, e aperto al pubblico. E’ stata approvata in giunta la delibera per la sua creazione, abbiamo individuato il personale preposto, il che ci consentirà di attivarlo già nel mese di ottobre.

Al di là di come si svilupperà il tuo mandato, quanto è accaduto – e sta accadendo – a Sabaudia, soprattutto a livello di partecipazione popolare, sembra porsi già come un piccolo modello: credi possa essere esportabile anche a livello nazionale?

Quello che, a mio parere, si è perso nei partiti, per così dire classici, in Italia, è il rapporto con la gente, il senso di appartenenza alla comunità, di essere al suo servizio, che è lo spirito che ha animato i padri fondatori della Repubblica. A livello nazionale “vincerà” chi riuscirà a ritrovare quella concretezza di rapporti che si è persa. E, per far questo, lo strumento da utilizzare non è certo la rete, che è e rimane un’importante forma di comunicazione e informazione – da noi tanto usata durante la campagna elettorale – ma il rapporto umano, la conoscenza del territorio, il contatto diretto. Io sono piuttosto protezionista: per me l’Italia è il paese più bello del mondo, e Sabaudia è il comune più bello del mondo! E in quanto tali da tutelare. Però i cittadini devono cominciare a guardare oltre il proprio interesse e sentirsi popolo, ritrovare il valore dello Stato, delle istituzioni, dell’unità nazionale. A fare della diversità una ricchezza.

E il leader vincente?

Io sono il sindaco ma sono sempre Giada. Questo fa la differenza. La gente deve sentirti vicina, una persona di famiglia, seria e onesta. E coerente. Ci vuole molto a creare il rapporto fiduciario e poco a distruggerlo. L’incoerenza non può essere di un leader. L’elemento vincente, nel mio caso, è stata l’intergenerazionalità, l’essere il candidato sindaco che ha unito diverse generazioni di elettori. Riuscire a superare il gap generazionale tra i vecchi personaggi politici e i nuovi, a vantaggio di figure intermedie credibili, insieme a un cambiamento culturale, di atteggiamento: è questa la grande scommessa dell’Italia di oggi e di domani.